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Trapianto di cuore e memoria cellulare: e se i ricordi passassero da donatore a ricevente?

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Trapianto di cuore e memoria cellulare: e se i ricordi passassero da donatore a ricevente?

Può il trapianto di cuore trasmettere emozioni, informazioni e ricordi dal donatore al ricevente? La memoria cellulare potrebbe spiegare la relazione.

Parlare di trapianto è da sempre una questione delicata che coinvolge non solo la sfera fisica del paziente ma anche e soprattutto quella psicologica e morale: accettare di sostituire un organo del proprio corpo con quello di un estraneo è spesso difficile da accettare anche se in diversi casi rappresenta l'unica alternativa per restare in vita. Molte persone obbligate a ricorrere a un trapianto sono convinte di ricevere, insieme all'organo del donatore, anche le sue emozioni e abitudini e questo è particolarmente vero nei casi di trapianti di cuore. Un recente studio ha dimostrato infatti che i riceventi mostrano una reale repulsione a ricevere il cuore di un killer poiché sono convinti di integrare nel loro organismo non solo il cuore ma anche qualche aspetto della personalità del donatore.

Ma esiste davvero la possibilità che un cuore trapiantato trasferisca ricordi dal donatore al ricevente? La questione è molto dibattuta. Nonostante la scienza non sia ancora propensa a confermare una connessione non esclusivamente anatomica e funzionale, gli studi recenti sembrano delineare nuove prospettive. Inoltre le esperienze riportate da alcuni soggetti sottoposti a procedure di trapianto aprono la strada a spunti di indagine nel campo della memoria cellulare.

Trapianto di cuore e ricordi: il caso di Claire Sylvia

La storia di Claire Sylvia è probabilmente il caso più famoso di legame tra donatore e ricevente post trapianto.

Claire era una ballerina che, a 47 anni nel 1988, è stata sottoposta a un delicato intervento di trapianto di cuore e polmoni. Come previsto dalla normativa americana, Claire non era a conoscenza dell'identità del donatore: sapeva soltanto che i nuovi organi provenivano da un ragazzo di 18 anni morto in un incidente di moto nel Maine. Dopo l'intervento, la donna ha cominciato a registrare una serie di cambiamenti importanti nelle abitudini e nel comportamento che attribuiva sempre più al suo donatore nonostante i medici continuassero ad associarli alle terapie e alla sua emotività. Le reazioni di Claire Sylvia, però, erano davvero troppo lontane dalla persona che era sempre stata: aveva cominciato ad amare cibi che non le erano mai piaciuti come peperoni verdi e pollo fritto, adorava la birra che non aveva mai neanche assaggiato prima dell'intervento, il suo corpo era agile e vigoroso, aveva assunto un modo di camminare molto poco elegante (essendo stata ballerina la differenza era molto evidente), si sentiva più aggressiva e sicura e non desiderava più una relazione stabile ma era attratta da donne bionde, basse e rotonde.

Un sogno nel quale registrava l'aspetto del suo donatore e addirittura il suo nome – Tim – la convinsero ad approfondire i suoi dubbi e cercare informazioni su di lui nonostante il programma di trapianto prevedesse un rigido codice di riservatezza.

Sfruttando la data e il luogo dell'incidente, Claire riuscì a risalire alla famiglia del donatore e, durante l'incontro, conobbe l'esatta dinamica dell'incidente, le abitudini del ragazzo nonché il suo nome, Timothy. La madre di Tim rivelò che suo figlio era pieno di energia, adorava pollo fritto e peperoni verdi e aveva avuto una fidanzata bassa, bionda e rotondetta.

Sebbene Claire e i familiari di Tim non abbiano dubbi riguardo al fatto che il cuore del ragazzo abbia trasmesso qualcosa alla donatrice, la scienza non può confermare supposizioni solo sulla base di coincidenze. Il caso di Claire ha però scosso l'opinione pubblica e sollevato qualche dubbio anche tra gli scienziati che, in diverse parti del mondo, affrontano la questione da un punto di vista più oggettivo e accumulano dati dalle esperienze dei pazienti.

Trapianto di cuore: quello che la scienza non riesce a spiegare

Paul Pearsall, docente all'Università delle Hawaii, Gary Schwartz e Linda Russek, ricercatori all'Università dell'Arizona, hanno condotto una vasta indagine che ha coinvolto 74 trapiantati per rilevare cambiamenti oggettivi di abitudini e atteggiamenti che potessero in qualche maniera confermare un importante legame tra donatore e ricevente. Sebbene molti dei cambiamenti psicologici post trapianto abbiamo spiegazioni fisiologiche più che attendibili, una persona su tre li attribuisce al donatore. Per verificare quanto ci sia di realmente oggettivo alla base di tali affermazioni, i tre ricercatori hanno intervistato, in relazione a ogni trapianto, il ricevente, un familiare del ricevente e la famiglia del donatore.

Delle 74 esperienze registrate, 10 sono state evidenziate da Pearsall come particolarmente significative.

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