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SALUTE&BENESSERE

Quando le diete non funzionano

Quando le diete non funzionano

 

Prima dell’estate in vista della prova costume, dopo l’Epifania e a settembre per smaltire i chili di troppo, le diete tornano a fare strage tra i menu facendo dileguare i dolci, le lasagne della mamma e il McDonald’s. Se ne scelgono di tutti i colori – giallo per la dieta alla banana, verde per la dieta dei centrifugati di verdure, rosso come quella a base di cocomero – ma a volte sembra proprio di non riuscire a perdere più di qualche etto. E allora si crede che non sia la dieta giusta e si fanno altri tentativi.

 

I dietologi invitano a stare alla larga da diete dimagranti che promettono miracoli soprattutto se inducono ad abbuffarsi con un solo tipo di alimento escludendo molti altri utili alla salute. I consigli sono sempre gli stessi: adottare una dieta equilibrata cercando di introdurre tutti i nutrienti necessari nella giusta quantità e rivolgersi ai medici quando la circonferenza vita cresce troppo. Spesso però, pur seguendo i dettami medici il peso non cala: pochi zuccheri, niente grassi, tanto movimento ma la bilancia non si muove.

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Perchè le diete devono essere personalizzate

I parametri che influenzano il peso corporeo sono tanti, ma spesso diete proposte a individui molto simili per massa corporea, età, sesso, stato di salute non producono gli stessi risultati.

Si sono chiesti perché Eran Segal e Eran Elinav, ricercatori al Weizmann Institute of Science di Israele, che hanno unito i loro campi di ricerca (Scienze Computazionali e Matematica Applicata il primo e Immunologia il secondo) per analizzare i vari fattori che influenzano l’assorbimento dei nutrienti e le conseguenti variazioni del peso corporeo.

Per la loro indagine, i ricercatori hanno reclutato soggetti molto diversi tra loro e hanno tenuto sotto controllo vari parametri (esami del sangue, misure corporee, monitoraggio della glicemia). L’indagine prevedeva di far assumere a tutti i partecipanti lo stesso alimento per la colazione e di registrare attraverso un’applicazione mobile l’apporto quotidiano di cibo e le abitudini di vita.

 

Come si attendevano, gli studiosi hanno rilevato che età e massa corporea sono fortemente correlati ai livelli ematici di glucosio dopo il pasto. Inoltre individui diversi mostravano un diverso indice glicemico dopo l’assunzione dello stesso alimento.

L’indice glicemico è uno standard utilizzato per classificare i vari alimenti in base all’effetto che provocano sui livelli ematici di glucosio e la maggior parte dei percorsi dimagranti tengono conto di questi valori. Segal e Elinav affermano, sulla base dei risultati dello studio, che l’indice glicemico non può essere considerato un valore standard perché varia da un soggetto all’altro.

 

Un esempio eclatante che conferma le conclusioni dei due ricercatori è il caso di uno dei partecipanti, una donna di mezza età predisposta al diabete che durante l’indagine sperimentava picchi di glucosio dopo l’assunzione di pomodori. I pomodori, essendo verdure, non erano mai stati banditi dalle diete che aveva provato senza successo e quindi ogni suo sforzo di dimagrimento era stato sempre vanificato.

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L’importanza del microbiota per diete efficaci

Per scoprire i motivi per cui un alimento può essere efficace o dannoso in base al soggetto, gli studiosi hanno gestito analisi del microbiota (insieme dei microorganismi presenti nel tubo digerente) dei volontari poiché alcune evidenze dimostrano che i batteri intestinali sono legati a obesità, intolleranze e diabete. Forti dei risultati precedentemente ottenuti, Segal e Elinav hanno predisposto diete personalizzate per alcuni soggetti riuscendo ad alterare il microbiota intestinale e a ottenere effetti positivi sui livelli della glicemia.

 

Secondo i due ricercatori, l’approccio medico assunto finora potrebbe essere non adeguato nei confronti dei pazienti che hanno un background diverso e che quindi possono permettersi abitudini alimentari diverse. Più che dispensare raccomandazioni generalizzate incorrendo nel rischio di dare consigli che possono creare danni anziché risolverli, sarebbe necessaria un’analisi più approfondita del singolo paziente che tenga conto anche delle condizioni del microbiota.

 

I parametri analizzati attraverso quest’indagine erano numerosi e complessi, ma Segal e Elinav promettono di proseguire nella ricerca con l’intento di sviluppare nuovi algoritmi più semplici da gestire cosicché anche i medici possano fornire report personalizzati e ottenere migliori risultati per i pazienti.

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