Menti in fuga. Intervista a Manuela Marescotti, ricercatrice e scientific editor

Cosa spinge gli italiani a studiare e lavorare all’estero? Manuela Marescotti, ricercatrice all’Università di Edimburgo, racconta la sua esperienza.

Da Napoli a Edimburgo: Manuela Marescotti, dopo la laurea in Biotecnologie per la Salute e il Master in Biotecnologie Mediche conseguiti all'Università Federico II, ha lasciato l'Italia per approfondire gli studi in Neuroscienze all'Università di Edimburgo dove è rimasta per lavoro.

Un'altra mente in fuga.

Ricercatrice all'Università di Edimburgo e editore scientifico presso la prestigiosa rivista online Brain Communications: vuole spiegarci in cosa consiste il suo lavoro?

Come ricercatrice post-doc mi occupo di lavorare a progetti di ricerca volti a individuare i meccanismi che nelle cellule e nei tessuti umani causano malattie. Per molti anni ho utilizzato il moscerino della frutta per studiare malattie neurodegenerative.

Come editore scientifico, invece, mi occupo di revisionare la qualità dei dati riportati negli articoli inviati alla rivista per cui lavoro. Nella carriera di un ricercatore e per l’avanzare della conoscenza scientifica è fondamentale pubblicare articoli che riportino i risultati degli studi a cui gli scienziati lavorano. Questi articoli vengono pubblicati su riviste “peer-reviewed” dove esperti della materia controllano come sono stati condotti gli esperimenti e il rigore dei dati. Una delle riviste più famose in questo ambito è Nature, e Brain Communications è una di loro.

Una giornata con Manuela: qual è la daily routine di una ricercatrice e scientific editor subito dopo il caffè? A proposito: moka napoletana o macchina elettrica?

Il caffè lo preparo con la macchina elettrica, ma non rinuncio mai alle miscele napoletane! La mia routine è cambiata molto negli ultimi due anni per ragioni “di pandemia”, intrecciando in maniera diversa nei mesi i miei impegni lavorativi a quelli di mamma e moglie.

Come ogni ricercatore, una giornata tipo non esiste a causa delle diverse tempistiche dei vari esperimenti, quindi per portare avanti i miei impegni devo avere un approccio “scientifico” alle mie giornate.

Ho bisogno innanzitutto appena seduta alla scrivania di una messa a fuoco degli impegni della giornata, quali meetings, microscopio prenotato e/o camera cellule da prenotare e l’orario del prossimo post da pubblicare sul mio profilo Instagram. In base a questo capisco a cosa dare la priorità, dopodiché dedico almeno un’ora, a volte anche due di fila, agli articoli da revisionare.

Quindi vado in laboratorio o controllo l’e-mail che solitamente contiene conversazioni riguardanti domande specifiche su articoli, decisioni da prendere per la rivista, come il sito, i prossimi numeri (immagini di copertina, editoriali), raccolte di articoli. Nel primo pomeriggio mi dedico alla creazione del prossimo contenuto per il mio progetto science.manuela.

Tendenzialmente tutta la giornata vede un alternarsi di queste attività, fino alle 17:30 quando mi fermo per andare a prendere il mio bimbo al nido. Infine, spesso completo alcuni degli obiettivi prefissati dopo cena (cenando ad orari britannici molto presto!).

Attivissima sui social, riesce a conciliare il lavoro in laboratorio e quello in redazione trovando anche tempo da dedicare alla divulgazione scientifica. Qual è il fil rouge che lega ambiti apparentemente diversi tra loro?

Innanzitutto, credo che avere la possibilità di affrontare gli articoli sia come autore che come editore mi dia una visione completa di come il sistema dell’editoria scientifica funzioni.

Inoltre, per me è essenziale condividere con le nuove generazioni di ricercatori la mia esperienza lavorativa e ciò che imparo, perché ne possano trarre beneficio. Le nuove leve potrebbero sia conoscere uno sbocco di carriera non considerato prima sia capire come migliorare la stesura di un articolo scientifico.

La divulgazione scientifica si è evoluta molto negli ultimi decenni, complice anche la diffusione di internet e dei social. Oggi basta un profilo su Instagram o Twitter per poter parlare di scienza a un pubblico vasto e facilmente suggestionabile, anche senza averne le competenze. È davvero così secondo lei? Come riconoscere la buona divulgazione?

Sono d’accordo e il problema non va sottovalutato, credo che ci vogliano maggiori controlli sui contenuti, oppure un “marchio di qualità”: la buona divulgazione si basa su delle fonti reali e attendibili.

Molti profili social che si occupano seriamente di divulgazione scientifica fanno riferimenti a studi ben precisi. D’altro canto, non tutti i non-scienziati possono controllare le fonti di un’informazione scientifica. Per questa ragione si dovrebbe trovare un modo per aiutare il semplice cittadino a riconoscere l’informazione fondata da quella che non lo è.

Parliamo del suo esodo. Quali sono le motivazioni che l'hanno spinta a lasciare l'Italia e quali quelle che l'hanno convinta a non tornare?

Sono andata via dall’Italia appena terminata la laurea specialistica perché durante il tirocinio mi sono resa conto che spesso dottorandi o post-doc non avevano uno stipendio (almeno non tutti mesi) e quindi pensai che non avrei voluto vivere con quest’ansia.

In Scozia, dove mi sono trasferita per il dottorato di ricerca e dove vivo tutt’oggi, ho trovato una realtà accademica molto stimolante fin da subito sia per lavorare al progetto di ricerca sia per portare avanti progetti collaterali.

Dal 2008 ho lavorato nella ricerca biomedica sia attraverso l’università che in una azienda biotecnologica e in una rivista specialistica. Ho avuto finanziamenti per organizzare eventi di comunicazione scientifica, ho addirittura supervisionato due studentesse di marketing che si sono occupate del mio progetto science.manuela per la veste grafica e il calendario editoriale.

Pensando alle esperienze fatte in Italia durante le mie tesi di triennale e specialistica, non credo che avrei avuto questo tipo di supporto e opportunità, quindi non riesco proprio ad immaginare di fare il mio lavoro in Italia…almeno per ora.

Quali difficoltà ha incontrato lungo il percorso formativo e quello professionale? La vita privata, così come la maternità, hanno influito?

Le maggiori difficoltà le ho incontrate da quando ho deciso di fare il dottorato all’estero perché da allora ho avuto la sensazione di modificare il corso della mia vita. Inoltre, l’inizio del dottorato è stato associato ad un cambio radicale: di paese, di stile di vita (per la prima volta vivevo senza avere accanto i genitori).

In seguito, le difficoltà sono emerse nel rendermi conto che il percorso che avevo seguito non mi stimolava più e ho deciso di integrare la mia esperienza scientifica con la comunicazione che fa parte del mio essere.

Il mio privato ha cominciato ad influire sulla mia percezione della carriera da quando a mia mamma è stato diagnosticato il cancro. Di fronte ad uno dei periodi più difficili per me, ho capito che non avrei voluto che altri stress (la fine di contratti o progetti che funzionavano o meno) influenzassero la mia vita, e che avrei reso la comunicazione scientifica accademica la mia passione, il filo conduttore del mio lavoro.

Diventare mamma, invece, anche se con grande stanchezza e fatica, mi ha dato tanto: regolarità, organizzazione e strategia su come dosare le energie tra gli impegni della giornata.

Donne e scienza: in Italia sono ancora molto radicati i pregiudizi che rendono le carriere STEM ancora prevalentemente ad appannaggio maschile. È così anche oltre i nostri confini? Ha incontrato ostacoli maggiori rispetto ai colleghi uomini?

Personalmente non ho incontrato ostacoli evidenti rispetto ai miei colleghi uomini, ma credo che la differenza nei contratti circa il congedo di maternità e paternità crei difficoltà alle donne in tutti i settori lavorativi.

Quali sono, secondo la sua esperienza, le differenze tra Italia e Regno Unito per quanto concerne l'istruzione? E riguardo le opportunità lavorative?

Nel Regno Unito ho riscontrato una mentalità molto aperta riguardo ai diversi percorsi educativi. Quando mi sono laureata in Biotecnologie Mediche, a Napoli la mia categoria non aveva un albo e molti sottolineavano che io e i miei colleghi di corso non eravamo né biologi né medici, sembrava che dovessimo avere necessariamente una classificazione per essere rispettati come gli altri laureati. Nel Regno Unito non ho mai percepito questa “necessità”, mi sono sempre sentita rispettata per gli studi fatti.

Per quanto riguarda il lavoro trovo la maggiore differenza nell’ambito della remunerazione. Non riesco a concepire l’assenza di uno stipendio, non perché sia venale, ma credo che il lavoro non retribuito possa esaurire anche le passioni più intense.

A che livelli si dovrebbe intervenire, secondo lei, affinché i ricercatori che si affacciano all'estero tornino poi in Italia per mettere a frutto le proprie conoscenze ed esperienze?

Ci dovrebbe essere innanzitutto una più ampia offerta lavorativa e stipendi competitivi, risorse economiche per portare avanti i propri studi e potersi aggiornare a eventi internazionali.

Tornerebbe in Italia? 

Tornerei in Italia… ma a Napoli dove ho il mio cuore.

Cosa le manca della sua città? Quale aspetto di Napoli le piacerebbe fosse più valorizzato, visti i tanti pregiudizi? La ricerca scientifica anche a Napoli, e in generale al sud, sta facendo passi da gigante...

Di Napoli mi mancano tante cose, soprattutto gli affetti della famiglia, il clima mite e i colori, anche se è un luogo che mi fa rabbia: ci sarebbe tutto da valorizzare, le strade, le bellezze storiche, i paesaggi naturali…tutto. Questo mi sembra ancora più evidente vivendo a Edimburgo, una città molto bella dove ogni singola pietra viene esaltata.

Seguo i passi in avanti della ricerca scientifica del sud Italia ma continuo a notare che i ricercatori non hanno le stesse possibilità che all’estero.

Quando assistevo (di persona) a conferenze in vari paesi, guardavo spesso il libro degli abstract ed in particolare la lista dei partecipanti con le istituzioni di appartenenza. Vedevo tanti nomi italiani, ma in alcuni casi nessuna università italiana. Questo è un esempio di quanto i centri di ricerca in Italia abbiano pochi mezzi per mandare i propri ricercatori ad eventi internazionali per aggiornamenti e collaborazioni.

Le discipline STEM fanno ancora tanta "paura" ai giovani, almeno in Italia, probabilmente perché l'approccio scolastico è in molti casi scoraggiante. Come si potrebbe intervenire, in base anche alla sua esperienza all'estero?

Io credo che bisognerebbe educare i ragazzi fin dalle scuole superiori alle diverse figure lavorative nell’ambito STEM, magari attraverso seminari o anche semplici chiacchierate con un ricercatore o l’amministratore delegato di un’azienda biotecnologica o l’editore di una rivista specialistica. La pandemia ci ha aperto la mente all’idea di organizzare eventi virtuali quindi questi incontri potrebbero avvenire on-line anche con professionisti che abitano in diverse città.

Per concludere, quale messaggio le piacerebbe trasmettere ai giovani che intendano intraprendere una carriera in ambito scientifico?

Il mondo della scienza non è facile, ma comunque molto stimolante se fatto seriamente e con consapevolezza degli strumenti necessari per una carriera in questo ampissimo settore.

Quindi informatevi sul tipo di ruolo che vorreste avere, le mansioni, la crescita lavorativa a lungo termine, quali esperienze dovete fare, la routine giornaliera…fatevi un quadro il più chiaro possibile di ciò che vi aspetta e provateci!

E in bocca al lupo!

Ringrazio la dott.ssa Manuela Marescotti per la sua disponibilità a rispondere alle domande per saperepotere.it e invito i lettori a visitare la pagina Instagram science.manuela e il canale Youtube dove trovare interessanti consigli e spunti di riflessione sulla vita e la carriera come ricercatori post-doc.

La rivista Brain Communications è a questo link.

(a cura di Caterina Stile)

Una canzone nella testa: perché si ripete e come rimediare

Quella canzone nella testa

Una canzone nella testa che si ripete in maniera ossessiva? Nessuna preoccupazione: la scienza fornisce un rimedio curioso alla portata di tutti.

Differenze uomo donna: comportamento e relazioni

Differenze uomo donna: comportamento e relazioni

Differenze uomo donna: cosa ci rende così diversi? La scienza spiega quali sono i miti da sfatare e cosa nasconde il comportamento di lui e di lei.

Donne vs uomini: il tradimento

perché gli uomini tradiscono più delle donne

Perché gli uomini tradiscono più delle donne? Tra le tante cause del tradimento, per l’uomo giocano un ruolo importante autocontrollo e istinti sessuali.

Sognare a occhi aperti: il cervello smart

Sognare a occhi aperti: il cervello smart

Sognare a occhi aperti è una prerogativa di chi ha un cervello smart: chi lascia spesso vagare la mente possiede connessioni cerebrali più efficienti.

Ravviarsi i capelli

ravviarsi i capelli

Ravviarsi i capelli, a seconda del gesto, può significare ricerca di protezione o anche voglia di mostrarsi al meglio. 

Grattarsi una parte del corpo: significato

Grattarsi una parte del corpo: significato

Grattarsi è un gesto che, oltre ad alleviare un fastidio, è spesso un indicatore di emozioni soffocate soprattutto se coinvolge mento, fronte, collo e naso.

Mostrare il piede - Seduzione

mostrare il piede seduzione

Mettere in risalto il piede è un gesto tipicamente femminile che attiva i meccanismi della seduzione

Uomini e donne: cervello e sincronia

Uomini e donne: cervello e sincronia

La cooperazione tra uomini e donne non è un'utopia. Lavorare insieme si può ma con strategie diverse: non c'è sincronia tra il cervello di lui e quello di lei.

Il contatto fisico allevia il dolore

Il contatto fisico allevia il dolore

Il contatto fisico nel momento del dolore determina sincronizzazione delle onde cerebrali, del respiro e della frequenza cardiaca. E c'è di mezzo l'empatia.

Mutazione genetica: così il coronavirus è passato all'uomo

Mutazione genetica: così il coronavirus è passato all'uomo

Molti virus, tra cui i coronavirus, trovano un serbatoio naturale nei pipistrelli ma è la mutazione genetica a conferire loro il potere di trasferirsi all'uomo.

Differenze uomo-donna: l'attrazione nella scelta del partner

Differenze uomo-donna: la scelta del partner

Cosa influenza i nostri comportamenti nella scelta del partner? L'attrazione fisica e l'evoluzione spiegano le differenze tra uomo e donna.

Perchè siamo parenti delle galline? - Taddia, Pievani

Perchè siamo parenti delle galline?

Perché siamo parenti delle galline? Un divertente botta e risposta sull'evoluzione: Federico Taddia e Telmo Pievani affascinano grandi e piccini.