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CURIOSITÀ

Il confine tra la vita e la morte

il confine tra la vita e la morte

 

Il confine tra la vita e la morte è comunemente identificato con i brevi momenti in cui l’attività cardiaca e quella cerebrale cessano e tutto sembra finito. Eppure è proprio quello l’istante in cui il processo di morte inizia e, secondo gli esperti, non è corretto parlare di “momenti” poiché i meccanismi che inducono le cellule dell’organismo alla morte possono impiegare anche diverse ore.

Comunemente la spiegazione si riduce al cuore che smette di battere e di pompare il sangue al cervello determinandone la morte ma in realtà il processo non è così lineare. Quando il sangue non arriva più al cervello, i neuroni sono privati dell’ossigeno e degli zuccheri necessari alle funzioni vitali ma non muoiono immediatamente, piuttosto subiscono una serie di danni sempre più estesi via via che il tempo passa. Solo diversi minuti dopo, quando i neuroni sembrano convincersi che ormai non ci sia più nulla da fare, viene attivato il processo cellulare di morte. Eppure anche l’espressione “più nulla da fare” sembra destinata a essere smentita se si considerano i casi di risvegli “miracolosi” di pazienti che hanno riaperto gli occhi anche dopo ore riportando solo lievi danni cerebrali o, in alcuni casi, addirittura nessuno.

 I ricercatori hanno condotto diversi studi sui risvegli inspiegabili e sono giunti alla conclusione che il fattore chiave di questi fenomeni sia l’ipotermia ovvero una situazione in cui la temperatura corporea è leggermente più bassa del suo normale valore. Quando la temperatura è più bassa, infatti, in ogni individuo diminuisce il consumo di ossigeno da parte del cervello e di conseguenza,  in caso di arresto cardiaco, se il soggetto è in ipotermia i neuroni si trovano già in una fase a basso consumo energetico e non sono capaci di rendersi conto che il cuore non è più in grado di fornire loro la necessaria quantità di sangue. Si trovano, in sostanza, in una situazione di stand-by e non attivano il processo di morte.

Sulla base di queste analisi, i ricercatori hanno utilizzato tecniche di raffreddamento corporeo – ipotermia terapeutica o protettiva – su soggetti che avevano subito un arresto cardiaco ma i risultati non sono stati sempre positivi. A determinare il successo degli interventi sembra siano le modalità con cui viene trattato il paziente dopo la ripresa dell’attività cardiaca. Infatti se il cuore ricomincia a battere e il paziente reagisce attivamente, si verifica un rapido e imponente afflusso di sangue al cervello che finisce con il peggiorare il danno cerebrale. Al contrario, controllando l’afflusso di sangue al cervello e la temperatura corporea in modo da aumentare i due parametri in maniera graduale e lenta, si possono ottenere risultati sorprendenti.

 Nonostante la questione etica – quanto sia morale risvegliare a tutti i costi persone che potrebbero aver subito danni cerebrali irreversibili e vivere in uno stato simile al coma per un tempo indefinito – le tecniche di rianimazione basate su questi protocolli sono incoraggianti ma restano ancora monopolio di pochi ospedali a causa della scarsa informazione.

I ricercatori assicurano che le indagini proseguono: conoscere ciò che accade nell’affascinante limbo temporale che separa la vita dalla morte potrebbe fornire alla scienza nuovi strumenti di intervento non solo per salvare la vita in caso di arresto cardiaco ma anche, e soprattutto, limitare i danni cerebrali in seguito a risveglio.

 

 

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