Madre-figlio: perché il rapporto è così speciale

 Coccole e baci per tutti ma se la mamma si allontana sono guai! Il rapporto madre-figlio è differente da qualsiasi altra relazione e ha un'importanza fondamentale nella crescita psicologica del bambino. In ogni cultura, la donna che si prende cura del proprio bambino diventa il punto di riferimento del suo mondo, il metro di confronto per ogni successiva relazione umana: secondo la teoria dell'attaccamento di Bowlby, le relazioni tossiche instaurate da adulti affondano le radici in un rapporto madre-figlio insano.

 

Ma cosa rende così speciale il rapporto madre-figlio?

Sono numerosi gli studi condotti per scoprire gli aspetti che rendono la madre tanto importante per il bambino, ma gli esperimenti più noti sono quelli eseguiti sulle scimmie dal noto psicologo americano Harry Harlow,.

 

Le piccole scimmie sottoposte alle indagini sono state tolte alle madri dopo la nascita e lasciate in gabbie di ferro dove venivano allattate con biberon. Le conseguenze sono state drastiche: diarrea, disturbi del sonno, alterazione del battito cardiaco hanno debilitato le scimmie che, in alcuni casi, sono morte nel giro di cinque giorni.

 

In un altro esperimento gli scienziati hanno posto nelle gabbie due sagome che avrebbero dovuto rappresentare la madre: una fatta di fil di ferro e con biberon, l'altra ricoperta di panno morbido ma senza biberon.

In questo caso le scimmie si avvicinavano alla sagoma di ferro solo per nutrirsi ma passavano la maggior parte del tempo accanto alla sagoma di panno. I cuccioli mostravano lo stesso comportamento anche nei confronti di un semplice rotolo di panno morbido, segno che la sagoma di per sé non aveva importanza.

 

Quando gli scienziati hanno poi dotato il rotolo di panno di una palla che avrebbe dovuto raffigurare una testa, le reazioni sono state sorprendenti: le scimmiette trovavano quella palla molto bella tanto da guardarla e accarezzarla di continuo. Dopo tre mesi la palla è stata poi sostituita con una vera e propria sagoma e le scimmiette ne sono rimaste terrorizzate.

 

Infine, quando è stata regolata la temperatura del rotolo di panno per renderlo molto freddo, le scimmie si sono allontanate rifugiandosi impaurite in fondo alla gabbia.

 

Non solo cibo: la madre offre al figlio un contatto morbido e caldo

Gli esperimenti condotti da Harlow dimostrano senza ombra di dubbio che la madre non rappresenta una semplice fonte di nutrimento per il bambino e permettono anche di superare l'interpretazione di Freud che rilevava nel rapporto madre-figlio la semplice esigenza di soddisfare i bisogni primari (alimentazione, pulizia e sfogo dell'aggressività).

 

Poiché condividiamo buona parte del codice genetico con i nostri progenitori primati (abbiamo in comune il 96% del genoma con i macachi e il 98% con gli scimpanzé), è possibile definire una linea comune anche nell'individuazione della figura di rifermento per i neonati siano essi macachi o esseri umani.

 

I neonati instaurano un rapporto speciale con la figura che fornisce loro non soltanto nutrimento, ma anche e soprattutto un rifugio caldo e accogliente dove sentirsi al sicuro.

 

Dopo il trauma del parto, i bambini vengono catapultati in un mondo che è ben più grande e freddo del grembo materno e al quale devono adattarsi in fretta. Ciò che cercano è però l'abbraccio morbido e rassicurante che possa dar loro la sensazione di sicurezza che cercano.

Condizioni talmente importanti da influenzare lo stato di salute del bambino e, in alcuni casi, comprometterne la sopravvivenza. Sono numerosi infatti gli studi che rilevano situazioni anche gravi nei casi di neonati ospedalizzati o abbandonati.

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Basta un abbraccio qualsiasi per confortare un bambino?

Inizialmente sì, ma con il trascorrere del tempo il bambino impara a riconoscere la madre come la figura indispensabile alla sua sopravvivenza, quella che fornisce nutrimento ma anche sicurezza e protezione – un processo definito imprinting.

La ricerca di protezione è prioritaria perfino rispetto al bisogno di nutrimento.

Le cause di questo comportamento sono da ricercare in un'ottica evolutiva: nell'era primitiva, gli uomini rischiavano di morire più per gli attacchi di predatori che per mancanza di cibo. Le paure legate a situazioni di attacco-fuga si sono quindi "incollate" al nostro DNA facendoci temere ciò che può minare la nostra sicurezza: nei bambini, la paura del buio e degli estranei ne è un importante esempio.

 

Anche i motivi che spingono le donne a sostenere il rapporto madre-figlio testimoniano un processo evolutivo. I genitori trasmettono ai figli il proprio DNA: assicurarsi la sopravvivenza della prole significa quindi permettere che il proprio DNA abbia lunga vita e discendenza. Tutti i comportamenti messi in atto dai genitori e in modo particolare dalla madre, hanno l'inconscio obiettivo di garantire la diffusione del proprio DNA fino a quando il piccolo sarà in grado di sopravvivere da solo.

 

Rapporto madre – figlio: la teoria dell'attaccamento di Bowlby

John Bowlby è lo psicologo e psicoanalista britannico che ha elaborato la teoria dell'attaccamento.

 

Bowelby individua nel rapporto madre-figlio dei primi anni di vita quattro fasi ben distinte caratterizzate da comportamenti specifici da parte del bambino nei confronti della figura di attaccamento che in genere è la madre.

 

Prima fase: nascita – fine secondo mese

Nei primi due mesi di vita, il bambino non è ancora in grado di riconoscere la figura che si prenderà cura di lui. Mostra apertura nei confronti degli altri senza particolari discriminazioni. Riconosce la voce e l'odore della madre ma non ha consapevolezza di chi essa sia, né sa che può contare su di lei nel momento del bisogno.

Seconda fase: 2 mesi – 6/8 mesi

In questi mesi il bambino comincia a riconoscere la figura a cui rivolgersi, quella che fornisce aiuto, protezione e conforto. In questa fase Bowlby individua l'effetto di mantenimento del contatto e di rifugio sicuro.

Nei primi mesi di vita i bambini amano infatti "strusciarsi" contro il corpo della madre, un gesto che garantisce loro la stretta vicinanza di cui hanno bisogno per sentirsi al sicuro e manifestano la ricerca della madre come rifugio quando sono tristi o turbati.

Terza fase: 8 mesi – 2 anni

I mesi che vanno dagli otto ai due anni del bambino rappresentano la fase cruciale del rapporto madre-figlio. Il piccolo mostra dispiacere e protesta quando la madre si allontana o si assenta e assume comportamenti che tendono ad attirare la sua attenzione. È quella che viene definita "ansia da separazione" e testimonia l'avvenuto imprinting: la madre è la figura di attaccamento del bambino e resterà il suo punto di riferimento per tutta la vita.

È fondamentale, adesso, la risposta della madre alle esigenze del bambino poiché il tipo di relazione che si instaura in questa fase fungerà da modello per le relazioni che il bambino instaurerà da adulto, in particolare le relazioni di coppia.

 

Quarta fase: da 2 anni in poi

Una volta avvenuto l'imprinting, se la madre è capace di trasmettere al bambino sicurezza e affidabilità e di fargli comprendere che anche se si allontana potrà sempre contare su di lei, il bambino mostrerà sicurezza nel proprio atteggiamento e richiederà sempre meno il contatto fisico. Sarà pronto a camminare da solo per affrontare il mondo, sicuro di avere alle sue spalle il "rifugio" che da sempre cerca. È quello che Bowelby definisce "effetto base sicura".

Da questo momento, nonostante si verifichi un progressivo allontanamento del bambino dalla madre, si instaura una profonda interdipendenza personale che farà crescere insieme madre e figlio rafforzando un rapporto che sarà ineguagliabile e durerà tutta la vita.

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